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yet onward we marched

15 Luglio 2515, Rose Ranch, Bullfinch.

Era una casa piccola e se avessero deciso di avere dei figli presto non ci sarebbero entrati. Erano solo le cinque e mezza di mattina e faceva già caldo. Jules era seduta sul davanzale dell'alta finestra della sala da pranzo, spalancata su una veranda stretta che riusciva a stento ad ospitare un dondolo. Lei e Bastian avevano considerato la possibilità di espanderla, ma avevano infine valutato che sarebbe stata solo una sistemazione temporanea, che più in là avrebbero messo qualche soldo da parte e avrebbero comprato uno di quei lotti di terra che Eric Rose metteva in vendita ogni tanto, e là avrebbero costruito la loro vera casa, magari più vicina a Tulsa e alla famiglia Quinn di quanto non fossero in quel momento. Jules gli aveva detto di sì, come faceva sempre quando lo vedeva entusiasmato dai progetti futuri, ma quella minuscola casa di tre stanze non le dispiaceva: aveva soffitti alti nonostante tutto, e affacciava su immensi campi dorati, paesaggi ondulati su cui sorgeva ogni mattina un sole cocente. Lei aspettava ogni volta che arrivasse a baciarle il viso. Era ormai abituata a sentirne il tepore sulla pelle e si accontentava di quell'angolo di pace immensa, chiedendosi se Frank non parlasse di quella sensazione là quando diceva che il tramonto sulla Trinidad, a Shadetrack, era capace di spalancare a Dio l'anima di anche il più efferato dei miscredenti. Ma tutta la genìa che a Frank Bernard era seguita aveva le sue radici nei terreni brulli di Hexham, nelle sue altre fabbriche, e aveva coltivato l'ateismo con (paradossalmente) la più spontanea e feroce delle fedi ideologiche. I giovani Bernard non credono a niente, dicevano i loro compagni di sventura in fabbrica, solo alla rivoluzione

Jules sorseggiò il caffè mentre il sole le si arrampicava sulla gamba, illuminando la tela leggera ed economica prodotta molto più a sud del Morgan River. Avevano davvero creduto solo alla rivoluzione, tutti loro, e dietro alla rivoluzione si erano immolati uno a uno, sacrificandole tutta la loro giovinezza, gli anni migliori della loro vita. Chiuse gli occhi e tentò di ricordare cosa si provasse a credere a qualcosa con quell'aggressività brutale, con quel desiderio famelico e spietato di giustizia, uguaglianza, libertà. Aveva mai odiato un nemico con la stessa genuina rabbia con cui aveva odiato i padroni delle fabbriche del complesso di Youngstown? Per cinque anni aveva combattuto contro gli alleati senza riuscire mai a desiderare la morte dei soldati che le sparavano contro, ma Shore, Grasdale, Reyes, Holden: loro li avrebbe potuti ammazzare tutti i giorni senza un filo di rimorso, se solo ne avesse avuto la possibilità, allora. Ma anche quell'odio si era ormai dissipato: la guerra era alle spalle, e lei era pronta a invecchiare con un uomo onesto al suo fianco.

Così aveva pensato, almeno, finché ciò che aveva temuto dai primi trattati non si era realizzato: Polaris si era dichiarato indipendente, costituito in Confederazione aveva cacciato gli invasori reclamando le proprie terre. Mentre l'intero Rose Ranch aveva passato la notte a festeggiare (e Bastian con loro) lei aveva bevuto vino fino a stordirsi, cercando di non sentire l'ombra lunga di John Roscoe che calava su di lei, minacciando di sottrarle di nuovo tutto ciò che aveva ricostruito con tanta fatica. Tutto ciò che le era caro.

Bastian la raggiunse ciondolando ancora confuso dall'ubriacatura della notte prima: lei poté sentirlo distintamente dal passo incerto a piedi nudi, dall'irregolarità del respiro stanco e, infine, dell'onda di profumo alcolico che le si abbatté addosso quando lui le cinse il busto con le braccia e strofinò la fronte contro l'incavo della sua spalla, facendole il solletico con la barba tenera. A quel punto, il sole era arrivato a riscaldarle il sorriso.
- Non credo che nessuno andrà a lavorare, oggi.
- Resti qui con me?
- Pensavo di scendere in città, vista la giornata libera.
- A fare cosa?
- Voglio mandare dei soldi a mia madre.
- Glieli hai mandati tre settimane fa.
- Ma ho lavorato di più, questo mese.
- Resti qui con me?
Bastian glielo ripeté languidamente sulla pelle, baciandole il collo e prendendole tra i denti il lobo dell'orecchio, come una molesta bestiola selvatica. Jules rise, fece scivolare una gamba oltre il davanzale per fargli posto, si liberò dai suoi denti e gli strofinò il naso contro il suo.
- Giurami che non andrai in guerra.
- Non ci sarà nessuna guerra, Jules.
- Giurami che non ti arruolerai. 
- Resti qui con me?
Jules gli premette la fronte contro, spingendolo indietro e indietreggiando anche lei per reclamare il suo sguardo con una fermezza crucciata, irrequieta. Bastian rimase per un po' appeso al suo sguardo, con le labbra schiuse e l'alcol ancora ad appannargli la visuale.
- Te lo giuro.
Concesse poco dopo, con un sospiro rassegnato. Poi si spinse in avanti, insinuando il naso tra i capelli di sua moglie per reclamare la sua simpatia, il suo affetto. Per Bastian Jules aveva sempre avuto un debole, e a Bastian aveva sempre finito per concedere tutto. Alla fine, quel giorno, gli disse che sarebbe rimasta lì, con lui.


good and grounded


Dicembre 2512, Tulsa, Bullfinch.

- Vorrei che ma' potesse essere qui.
Sybil glielo sospirò sulla nuca mentre le acconciava i capelli bruni - un tratto genetico che tutti i Bernard avevano in comune, anche quelli acquisiti. Neanche venticinquenne, era l'unica il cui stipendio (scarso, ma quantomeno in dollari alleati) aveva permesso di pagarsi un viaggio fino all'altro capo del 'Verse per il matrimonio di sua sorella. 
- E Rick, anche.
- Ai matrimoni non ci crede.
- Non ci credevi neanche tu, l'ultima volta che ne abbiamo parlato.
- Non sarebbe comunque riuscito a venire.
- Con un po' più di preavviso, forse...
Jules lasciò che il rimprovero cadesse nel vuoto, e quando la testa seguì il movimento evasivo degli occhi, di lato, una delle forcine che Sybil le stava infilando nei capelli la punse. Il suo vestito era appeso alla luce, di fronte alla finestra. Candido, pieno di ricami e di merletti, era fatto di tessuti troppo leggeri per un matrimonio invernale.
- Sei incinta?
Jules trasalì, la stessa forcina la ferì di nuovo. Sybil le premette i polpastrelli sulle tempie con più energia, costringendola all'immobilità mentre provava a rinsaldare l'elaborata treccia arrotolata sulla nuca che Clem aveva loro insegnato per le occasioni speciali, sempre con scarsi risultati.
- Fock no?
- Di solito i matrimoni si fanno in primavera. E avete organizzato tutto in... un mese, un mese e mezzo?
- Non sono incinta.
- Alrite, alrite...
Rimasero in silenzio per un po'. Nonostante fosse inverno il sole era così caldo che avevano deciso di lasciare la finestra aperta e godersi l'aria tiepida del primo pomeriggio. Jules sospirò.
- E' stato... come vivere sospesa, da quando... da Jimmey. Lo sai. Non ho più l'età. Voglio sentirmi stabile. Bastian mi fa sentire stabile. 
Sybil soffio tra le labbra morbide un sorriso divertito. Tra tutti i Bernard, era quella che più somigliava fisicamente a Frank, piuttosto che a Clem: aveva una bocca larga e morbida, gli zigomi bassi. Le linee degli occhi disegnavano curve larghe e morbide.
- Cosa?
- Niente. Non ricordo tu abbia mai voluto 'stabilità', da quando ti conosco.
- Le cose cambiano.
Nel momento esatto in cui lo disse, se lo chiese anche: cambiano? Si rigirò all'anulare sinistro l'anello di fidanzamento che portava da poche settimane. I granuli di diamanti appena visibili formavano il disegno impreciso di un fiore: era tutto ciò che era riuscito a comprare con i soldi che guadagnava, e si erano comunque ripromessi di rivenderlo appena sposati, mettendo poi il ricavato nel fondo che avrebbero usato per costruire una casa. Avevano individuato anche il fazzoletto di terra su cui l'avrebbero edificata, appena a due miglia dai confini del Rose Ranch, dove lavoravano entrambi. Da un certo momento in poi (e lei stessa non avrebbe saputo dire quando) l'idea di lavorare dieci ore al giorno per poi tornare ogni sera nello stesso posto, davanti allo stesso camino e nelle stesse braccia, non le era sembrata più così terribile.
- Sei riuscita a sentire ma', di recente?
- Un paio di mesi fa. Dice che con i soldi che le mandiamo se la cava ai mercati degli spazioporti, ma che nel resto di Stathmore il denaro ormai non vale più niente. Dice che sta bene, tutto considerato.
- Le ho scritto almeno cinque lettere da quando sono qui, per convincerla a lasciare quel buco di merda.
- Hexham è casa.
- E' sempre stata un buco di merda e dopo i bombardamenti non è più un cazzo. L'angolo più fottuto di Bullfinch lo preferirei a Hexham nel migliore dei suoi giorni. Potrebbe vivere qui a Tulsa.
- Lo sai com'è, ha il cuore a Hera. Nelle fabbriche.
- Le fabbriche non ci sono più. 
- Ma lei c'è.
- Potresti anche tu.
- Cosa?
- Venire a stare qui. La madre di Bastian ti ospiterebbe, e con la testa che hai potresti trovare un lavoro in un attimo... anche al Rose Ranch. Brandon si occupa delle trattative commerciali, viaggia di continuo, anche fuori dal pianeta. Posso chiedergli se riesce a trovare un posto anche a te, che hai studiato.
La più piccola sorrise in maniera sfuggente e non rispose. Jules insistette.
- E potremmo convincere anche Rick. 
- Ti adoro, Julie, lo sai. Ma se anche riuscissi a radunare nello stesso posto tutti i Bernard rimasti sulla faccia di questo 'Verse, mancherebbe comunque sempre qualcuno.
Sybil le diede un bacio tiepido sulla tempia e le incastrò uno specchio davanti al naso, perché potesse osservarsi l'acconciatura completa. Lei alzò il capo, ma aveva già una traccia opaca nello sguardo (la minaccia di fantasmi che allora stavano ancora, lentamente maturando). 
- Ti piace?
- Sì. Sì, mi piace.

his ghosts sing to him


Tulsa, Bullfinch, 28 Dicembre 2516

Quando varcò la soglia della vecchia casa di legno e mattoni in cui i Quinn vivevano da quasi quarant'anni, Benedict era già tornato da scuola e si era messo a fare i suoi esercizi di grammatica, in attesa che il pranzo fosse pronto. Era un ragazzino sottile, con i vestiti sempre troppo abbondanti e due occhiali spessi senza i quali non riusciva a vedere niente. Aveva quasi nove anni, ma non li dimostrava. Non alzò neanche la testa per salutarla.

Lei lo superò in silenzio e andò a sporgersi sul pentolone in cui Olivia stava gettando verdure tagliate a cubi grandi e qualche avanzo di carne di quelli più economici che si poteva sperare di trovare al mercato. Le sorrise e, senza fermarsi, le indicò lo sgabello accanto al suo. Jules, che non era ancora sicura di essersi svegliata dalla notte precedente e voleva soltanto infilare le mani in mezzo al fuoco, obbedì docilmente: si sedette accanto a lei e iniziò a fare a cubi grandi chili di verdura. Rimasero in silenzio a lungo, poi Olivia fece un cenno col capo verso Benedict.
- Il maestro dice che si impegna tanto, che potrebbe continuare a studiare, poi. Ci è andata a parlare Beth.
- E' un ragazzino in gamba.
- Ci doveva andare Brandon, non Beth. 
- Aveva da fare?
- Quello che fa sempre. Parlare coi morti.
Parlavano a voce bassa. Jules teneva gli occhi sulle proprie mani. Ogni tanto il coltello le sfuggiva e le scorticava superficialmente la pelle, ma non le faceva mai davvero male. Fare lavori con le mani l'aveva sempre tranquillizzata: poteva contarsi le dita tutte le volte che voleva. 
- Sta scrivendo, dice... non parla con i morti, Olivia: non è pazzo.
- E che fa allora? Se ne va in giro per cimiteri come un'anima in pena, ogni momento che ha. Va avanti da un anno, e prima dicevo: gli passerà. Non gli è passata. Quello che è successo è stato duro da reggere per tutti... ma ci siamo ripresi. Beth si è ripresa. 
- Beth non pronuncia più il suo nome.
Non dovette alzare lo sguardo per indovinare l'arco stupito delle sopracciglia di Olivia e le rughe profonde che le stava disegnando sulla fronte. Rimasero in un silenzio sospeso per qualche istante, prima che Jules si arrendesse a spiegarsi.
- Mi dice tuo marito. Non le sento dire Bastian da quando è morto.
- Ognuno guarisce a modo suo, bambina.
- Brandon sta guarendo così.
- Brandon ci sta mettendo troppo tempo, e ha altre responsabilità.
Olivia alzò appena la voce, spazientita, e Jules voltò il capo per guardare le spalle esili di Benedict ingobbirsi e chiuderlo in un uovo di ostinata inconsapevolezza: il bambino aveva sentito quei discorsi mille volte prima di allora, e ogni volta aveva finto di non capire che parlassero di lui e di suo padre: un uomo assente che, dopo la morte di suo zio e di sua madre, vedeva per pochi istanti al giorno, a volte neanche tutti i giorni.
- Potresti parlarci tu... 
Ritentò Olivia, più dolcemente.
- Non cambia.
- Ma provaci. Puoi?
Jules sollevò su di lei uno sguardo appannato ed esausto. Annuì molto piano, arrendevole, e tornò a tagliare patate. Olivia fece lo stesso ma con più calma. Si prese il tempo per guardarla, almeno un po'.
- Porti ancora la fede. 
Annotò Olivia, con un sorriso tiepido e un filo di apprensione malinconica nello sguardo. La banda di metallo lavorato stringeva l'anulare sinistro di Jules, nascondendo al suo interno un'incisione sottile.
- Solo quando sono qui.
Rispose quietamente. Olivia sospirò e annuì con rassegnazione, tornando poi a tagliare gli ortaggi a cubi grandi. 

pegasus in my arms



Tulsa, Bullfinch, 28 Dicembre 2516

Due ore dopo cena, Brandon sa sempre dove trovarla: è stato lui ad insegnarle dove trovare la legna asciutta per fare il fuoco nelle vicinanze della vecchia torre di mattoni dove, prima della guerra, andavano a cantare insieme. Quando gli eventi permettevano a tutti loro di trovarsi a Tulsa nello stesso momento, aspettavano che Olivia si addormentasse e poi scivolavano via dalle finestre come gli adolescenti, svegliavano i cavalli e galoppavano fin lì. Fino alla vecchia torre in mattoni diroccata. Brandon lasciava Aurore a casa, Bethel portava ogni tanto Matt e Bastian strofinava le nocche contro la fronte di Jules, insegnandole parole magiche per scongiurare le maledizioni. Vivete di superstizioni su questo pianeta del cazzo, diceva lei, ma lo diceva ridendo, con il cuore mille parsec distante dalle fabbriche di Hexham e dal circolo anarco-rivoluzionario di Youngstown. Il cuore è ancora lontano da Hera, ma è lontano anche da Bullfinch e da Tulsa, dal Rose Ranch e dal Morgan River. E' lontano da Brandon, anche se lo può sentire arrivare alla vecchia torre, infilarsi oltre la porta scardinata, scivolare di fronte a lei, di fronte al fuoco, senza guardare troppo al lungo gli arnesi di tortura che giacciono tra la polvere e i ciuffi d'erba più aggressivi che sono riusciti a farsi spazio tra le spaccature della pavimentazione; senza guardare le costellazioni che si è aperta nelle braccia.
- Cristosanto, Jules...
 E' la prima volta che la chiama per nome da quando è tornata, e non è un caso che lo mormori quando lei non può sentirlo. Le osserva lo sguardo appannato perso nel fuoco, le pupille dilatate fino a rendergli difficile ricordare di che colore abbia gli occhi, il corpo sciolto e arreso, calmo. Lei respira lentamente e Brandon si tortura le mani nell'impazienza di vederla tornare lucida, pur sapendo di riuscire a starle accanto - a guardarla - solo in queste condizioni: quando lei non è davvero lì. 

Brandon Quinn è un uomo paziente, e se ha posti migliori in cui trovarsi, in quel momento, non sembra rendersene conto. Quindi rimane nella torre diroccata ad alimentare il fuoco perché nessuno dei due rischi l'ipotermia, e le permette di passare dall'oblio al sonno senza disturbarla.

- - - - - 

- Hai visto il lupo? 
Brandon riesce a riaversi seguendo il debole filo rosso della voce di lei. Solleva la testa dalle gambe su cui l'aveva poggiata, si passa entrambe le mani sulla faccia e ve le strofina sopra con vigore assonnato.
- Il lupo?
- Un lupo. E' entrato.
Lui si guarda attorno, sperando di venir sorpreso dalle fauci spalancate di un mastino impaurito rimasto incastrato nella torre. Ma non si sorprende quando non trova niente.
- Non c'è nessun lupo.
- Ora no. Prima.
- Avremmo sentito i cavalli.
- Non l'hanno sentito.
Deglutisce. Oltre la brace viva lasciata da un fuoco ormai spento, c'è la vedova di suo fratello che solleva il busto e si lecca labbra incrostate di fuliggine. Scuote il capo e si tiene nel petto un nodo di angoscia profonda, desolata.
-  Vieni, ti riporto a casa.
Lei è troppo stordita per protestare, e ha troppo freddo per pensare che togliersi da lì sia meno che una buona idea. Si tira su a fatica, ma prima di andare via si assicura di aver sepolto la brace sotto la cenere. 

count



Timisoara, Bullfinch, 27 Dicembre 2516

- Porca puttana mi ascolti? La testa! Tiene la testa scoperta e tu lo pigli a sculacciate?
Jules Bernard tiene le mani davanti al viso e, come le succede ormai troppo spesso, rivaluta le sue recenti scelte di vita. Questa (la cui forma originaria è stata più o meno: "meglio due soldi in più che due soldi in meno") l'ha condotta su un ring chiuso ai fianchi da una cosa che i nativi chiamano gabbia ma che assomiglia più a una rete per polli. Rubata.

A Bullfinch non sono buoni neanche a mettere su le bische clandestine, ragiona. Questa l'hanno posizionata al centro della città, mezzo miglio dallo Sceriffato, ultimo livello di una casa a due piani che potrebbe avere quantomeno uno scantinato più indicato a prendersi a pugni mentre ottanta persone attorno scommettono sulle sorti dell'incontro. Tra quelle ottanta persone, nel suo angolo scalpitano ben due Quinn inquieti, cresciuti per essere brave persone ma ansiosi per un inverno che si prospetta rigido anche per le poche bestie con cui si sfamano. Qualche soldo in più, ne sono consapevoli, non farebbe male neanche a loro.

Brandon, come ogni uomo di buona statura fuori dal ring, urla convinto di essere un osservatore e uno stratega superiore alla media. Ha scommesso su sua cognata la paga di una settimana intera di lavoro e, quando Jules viene buttata a terra dal prevedibile gancio del suo avversario, urla a pieni polmoni ordini che nessuna persona nel mezzo di un combattimento, sanguinante e stremata, sarebbe mai in grado di udire, tanto più di compiere. 

Bethel è più composta. Inquieta, irrequieta (ma Jules deve ancora conoscere un Quinn che non sia irrequieto) percorre i bordi del ring e aspetta che la donna su cui ha puntato venga spinta con la schiena contro la rete in modo da darle pochi, sintetici e mirati suggerimenti sulle falle nella difesa dell'avversario: parla solo nei momenti in cui è sicura di essere sentita, e mai urlando. E' l'unica che Jules ascolta, contandosi i denti con la lingua per essere sicura di averceli ancora tutti. Ha preso abbastanza pugni in vita sua da considerare una vittoria il sopravvivere con tutte le ossa al loro posto.

Brandon urla e Bethel parla, dicendo le cose giuste. Jules va giù con facilità e sfrutta il momento di soddisfazione dell'avversario per agganciargli una caviglia e fargli perdere l'equilibrio quanto basta per premergli un ginocchio in mezzo alle gambe e una manciata di pugni ben assestati sul muso fratturato chissà quante volte prima di quello. Dieci secondi, e il toro rimane giù. Lei si lascia cadere a terra esausta, ringraziando Dio per non averla fatta nascere con un paio di testicoli.

- - - -

Due ore più tardi si sono già spartiti il bottino e ne hanno sperperata una parte al bancone di sotto. L'alcol li ha fatti ridere nel modo sgraziato e insincero che gli si è scolpito addosso da quando è morto Bastian, ormai più di un anno fa. Da quel giorno ogni sorriso ha avuto l'aspetto di una ferita aperta, uno squarcio sulla pelle. Ma il lutto ha stretto tra loro intese più salde, e per qualche motivo avere un morto in comune li ha fatti sentire come se fossero gli unici sull'intero pianeta a sapere cosa voglia dire seppellire un uomo giovane. Sanno di non esserlo, ma allo stesso tempo non hanno mai lasciato neanche un briciolo di posto per le tragedie altrui. Quando la guerra ti piove in testa, anche le ferite vanno difese dalla banalizzazione.
- ... Partiamo dopo aver parlato con Nelson per la vacca da latte che vende, se gli tiriamo sul prezzo ce la facciamo.
- Coi soldi nostri non ci arriviamo.
- Impara a contare, Bran.
- Conto bene. 
Bethel aggrotta le sopracciglia. Ha gli occhi chiari dei Quinn e li oscilla su Jules, in un attimo di incomprensione vaga, frustrata. La herian si volta da un'altra parte e da un'altra parte guarda con una certa intensità per tutto il tempo che riesce, finché gli occhi della cognata non le bucano la tempia. Sbuffa, scrolla le spalle e si attacca al whisky che ha in mano. 
- Era una vita che non tornavi sul pianeta, pensavo che eri qui per restare.
- Con quello che vi esce dal ranch ci tirate a campare a stento voi quattro, e il ragazzino tra un po' mangerà quanto un uomo.
- Ci abbiamo sempre mangiato a sufficienza.
- Erano tempi diversi.
Brandon rimane in silenzio. Affoga lo sguardo fin sul fondo del boccale di birra perché non ha altri luoghi in cui perderlo, altre cose da guardare. Ogni angolo di Timisoara è identico dagli ultimi bombardamenti: pericolante e ricostruito col legno marcio. Bethel, invece, osserva il profilo di Jules con la delusione composta di chi non è abituato a dissimulare i propri sentimenti, ma neanche a cavalcarli. Tamburella le dita sul bancone.
- E quindi che fai?
- Dunno'. Torno a Safeport, lì su qualche nave prendono sempre chi sa usare le batterie.
- Il tuo ultimo capitano non l'hanno ammazzato?
- Aye, so what.
- Magari la prossima sei tu.
- Non ce l'ho ancora una nave mia, Beth. 
Nessuno dei tre è convinto, nemmeno Jules. Ma Bethel beve whisky sulla sua delusione e quella delusione se la lascia bruciare nello stomaco; Brandon non dice niente, come alla vedova di suo fratello non ha mai detto niente da quando Bastian è morto. Almeno non quando hanno altra gente intorno.

Sarà lui a svegliarle la mattina dopo e a metterle sul cavallo zoppo per tornare a Tulsa.

your face


Mi piaci quando parli con le bestie diceva Bastian, che un po' bestia era anche lui, tutto sfatto e inselvatichito da quei posti dove neanche ci arrivava l'elettricità, e i messaggi se li spedivano ancora con le lettere, quelle scritte a mano che a me hanno sempre ricordato le stupide liste di richieste che mia madre scriveva ai padroni. Quarant'anni ci si è spaccata la schiena tra Cheltenham ed Hexham, quarant'anni, e di sicuro non riuscirebbe a dire ad alta voce una sola volta in cui ha ottenuto qualcosa di quelle liste lunghissime di richieste per le lavoratrici della fabbrica. Magari le piacerebbe quest'angolo di cielo tra Commerce e Grand Saline, ci si abituerebbe all'aria pulita che respirano qua nonostante le acque sulfuree a due miglia che quando soffia il vento la puzza ti sveglia la notte, ma ne varrebbe la pena, se solo riuscissi a schiodarle i piedi da quel pianeta di merda che è cenere da cinque anni e mezzo e col cazzo che dalla cenere si risorge, uno ci si può solo soffocare, annerire i polmoni, e così Clem, che l'ultima volta che l'ho vista - sono due anni fa o tre? - tossiva che sembrava dovesse sputare i polmoni. 

I soldi per farcela arrivare a Bullfinch li potrei anche mettere insieme, più o meno, nonostante sia un viaggio che ti cava un occhio per pagarlo, anche perché senza documenti devi fare il giro largo e non puoi certo passare dal Core. Olivia me l'ha già detto che la prenderebbe in casa lei, che una donna in più fa sempre comodo e che per ogni uomo che ha tirato le cuoia in guerra dovrebbero portare sul pianeta una donna, per guadagnarci. Lo dice Olivia perché ci ride, anche se uno di quegli uomini crepati male sotto le bombe alleate era il figlio, quello più giovane che m'ero sposata io, lo stronzo che voleva combattere per il suo bel pianeta e che appena mi sono distratta per accendermi una sigaretta (una, Cristo, la prima sigaretta dopo un mese passato solo a fare incursioni che non ci portavano da nessuna parte e ci facevano guadagnare a stento qualche spanna che poi i bluejacks si rimangiavano) ha alzato la testa troppo in alto e s'è fatto ammazzare, e ben gli sta a Bastian, che quelli come lui - tutti prati e cavalli e tramonti - non sono stati fatti o cresciuti per la guerra: era logico che, tra tutti noi, sarebbe toccato a lui. Alla fine a pregare per i morti me l'ha insegnato Olivia al funerale: io non l'avevo mai fatto, neanche per mio padre e neanche per Jimmey - non era usanza a casa nostra. Per Bastian comunque ho pregato, con sua madre e sua sorella e suo fratello, e la moglie di suo fratello prima che morisse di febbre rossa e i figli di suo fratello quando ancora erano tre e non era rimasto solo quello scricciolo secco di Benedict; avessi dovuto scommettere su chi sarebbe sopravvissuto all'epidemia, di certo su di lui non ci avrei puntato un soldo. Ho pregato anche per lui, e ho iniziato a pregare per tutti, vivi e morti, anche se non lo so se funziona e so per certo che dopo aver finito me ne vergognerò, ma nel caso io tento lo stesso: male non può fare.

Sono mesi che non torno a Tulsa, comunque. Ci volevo tornare a ottobre quando il tempo era ancora buono, gli affari andavano bene con l'equipaggio di Joe Garrett e avevo messo da parte abbastanza, ma poi ci si è messo in mezzo quel farabutto di Tim Meisner e Garrett è finito come tutti i capitani che si tengono le serpi in plancia: a testa in giù sulla Tower. E' un bel posto di merda, Safeport, ma in questo sistema è comunque tutto una merda, e se vuoi lavorare su una nave meglio che ti tiri su un paio di mutande di ferro perché non c'è altro posto dove andare. Che gli affari, poi, sono rallentati pure lì: ormai non c'hai un posto buono dove girarti neanche se lo paghi, tutto il sistema è pieno così di alleati che non vogliono farsi sfuggire la situazione di mano di nuovo e a Safeport con la dittatura militare è pure peggio, fanculo a John Roscoe e all'ammiraglio Renshaw e a tutti i browncoats che non si fanno gli affari loro, adesso non puoi affacciarti al mercato nero che tutti ti annusano per capire se puzzi di legge. 

Non c'è più nemmeno un angolo tranquillo - non uno, dico -, in tutto il 'Verse. Tulsa non è male, ma dalla fine della guerra non è più la stessa, comunque. Nessuno è più lo stesso, dopo la guerra, di sicuro non lo sono Olivia e Bethel, e di certo non lo è Brandon, vedovo e con un figlio che non sa come crescere; gli uomini a certe cose non ci sono capaci, fanno i grossi e con le spalle larghe e la faccia cattiva ma quando gli metti davanti un ragazzino e gli dici è figlio tuo, campalo, li vedi farsi minuscoli e spaventati come i topi che c'hanno dietro il gatto, e scappano veloci così, ma almeno Brandon non è scappato, e questo è qualcosa. Quando arrivo mi vede avvicinarmi da lontano, lui sta facendo a pezzi la legna e io mi ero scordata di quanta strada fosse da Commerce, per arrivare fin qui, e ho i piedi che mi fanno fermati fermati per quanto vanno a fuoco, anche con questo freddo del cazzo. Quando arrivo lui s'è già girato una sigaretta, e la dà a me accesa. C'ha il cipiglio severo, Brandon, che questi uno li lascia ragazzi e li ritrova uomini, quasi vecchi, con tutte le rughe e le cicatrici anche se io lui l'ho conosciuto giovane e allegro e sempre un po' ubriaco. Il primo tiro di tabacco è buono.
- Ce ne hai messo di tempo a far rivedere la tua faccia.
Non gli dico niente, che gli dovrei dire? Di Tim Meisner che ha fatto le scarpe a Joe Garrett e ha provato a mettermi le mani addosso come fa con le sue puttane, o di come sono stata due settimane senza un lavoro che pagasse due soldi e ho dormito nella baraccata come i pezzenti e un cane affamato di quelli lì quasi m'ha staccato un braccio, oppure di come a Tulsa non ci torno perché ci sono troppe croci che conosco piantate per terra, e io non lo so come fa lui a viverci con tutto quel cimitero attorno? Sto zitta, è meglio, e fumo.
- Ma' sta facendo il pranzo per tutti, se glielo vai a dire mette la sedia pure per te.
Va bene. Gli passo accanto e vado verso la veranda, magari Olivia sarà contenta di vederla, la mia faccia.